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Il miglior personal trainer è quello di cui, un giorno, hai meno bisogno

Una donna sorridente flette i bicipiti in palestra, esprimendo sicurezza e competenza
Immagine illustrativa. Foto: Kampus Production / Pexels.

C’è un modello di personal training molto semplice: il cliente arriva, il trainer decide tutto, conta le ripetizioni, sceglie i pesi, corregge ogni movimento e, possibilmente, mantiene questa situazione per i successivi vent’anni.

Commercialmente non è neanche una cattiva idea. Dal punto di vista del coaching, qualche dubbio invece ce l’ho.

Perché se dopo due anni di allenamento una persona non sa ancora scegliere un carico sensato, non riconosce quando una serie è troppo facile, non sa come comportarsi se perde una settimana di allenamento e considera impossibile entrare in palestra senza il proprio trainer, abbiamo sicuramente creato un cliente molto fedele. Non è detto che abbiamo creato una persona più competente.

Ed è qui che entra una delle teorie più interessanti della psicologia della motivazione: la Self-Determination Theory, sviluppata soprattutto da Edward Deci e Richard Ryan. Secondo questa teoria, una motivazione di qualità migliore viene favorita quando vengono sostenuti tre bisogni psicologici fondamentali: autonomia, competenza e relazione. [1]

Applicata alla palestra, l’idea è semplice: nel lungo periodo una persona ha più possibilità di fare propria l’attività fisica quando sente di aver scelto quello che sta facendo, percepisce di diventare capace e si sente sostenuta da qualcuno con cui ha una buona relazione. [2, 3]

Il personal trainer può aiutare enormemente tutte e tre queste cose. Oppure può fare esattamente il contrario.

Per chi ha poco tempo

Un buon personal trainer non dovrebbe limitarsi a farti eseguire correttamente un programma. Dovrebbe, progressivamente, insegnarti a capire quello che stai facendo.

La Self-Determination Theory identifica tre bisogni psicologici particolarmente importanti per una motivazione più autonoma: autonomia, cioè sentire di partecipare alle proprie scelte; competenza, cioè percepire di diventare più capaci; relazione, cioè sentirsi compresi e sostenuti. [1] Nella ricerca sull’attività fisica, motivazione autonoma e percezione di competenza sono associate con maggiore partecipazione e aderenza all’esercizio. [2, 3, 4]

Questo non significa che il trainer debba lasciare decidere tutto al cliente o diventare inutile. Significa che, man mano che il cliente acquisisce esperienza, il coach dovrebbe passare da “fai questo perché te lo dico io” a “ti spiego perché lo facciamo, ti insegno a valutarlo e progressivamente impari a gestirne una parte”.

Il risultato ideale non è necessariamente che un giorno il cliente non abbia più un personal trainer. Può continuare a sceglierlo per programmazione, tecnica, obiettivi avanzati o semplicemente perché si trova meglio così. La differenza è che a quel punto lo sceglie perché gli dà valore, non perché senza di lui si sente incapace di allenarsi.

Non tutta la motivazione è uguale

Quando diciamo che una persona è motivata, spesso mettiamo tutto nello stesso contenitore. Ma ci sono motivazioni molto diverse.

Puoi allenarti perché ti piace. Puoi farlo perché hai capito che essere forte e in salute è importante per te. Puoi farlo perché ti senti in colpa quando non vai. Puoi farlo perché qualcuno ti controlla. Puoi farlo perché hai pagato l’abbonamento e tua moglie ti ha detto che stavolta devi usarlo.

In tutti questi casi potremmo dire che esiste una motivazione, ma la qualità della motivazione non è la stessa.

La Self-Determination Theory descrive un continuum che va da forme molto controllate di regolazione a forme progressivamente più autonome. [1] Una persona può iniziare perché il medico le ha detto di muoversi, continuare perché comincia a percepirne i benefici e, col tempo, arrivare a considerare l’allenamento una parte importante della propria vita.

Non è necessario amare ogni serie di squat. È sufficiente che il comportamento venga progressivamente interiorizzato, cioè che passi dall’essere qualcosa che “devo fare” a qualcosa che riconosco come mio e coerente con quello che voglio essere.

Nel campo dell’attività fisica, la letteratura sulla Self-Determination Theory associa in modo abbastanza consistente le forme più autonome di motivazione a maggiore partecipazione e persistenza nell’esercizio. [2, 3]

Autonomia non significa “fai quello che vuoi”

Questo è probabilmente l’equivoco più facile. Supportare l’autonomia non significa entrare in palestra e dire: “Cosa vuoi fare oggi?” “Petto.” “Perfetto. E domani?” “Petto.” “Fantastico, sei molto autonomo.”

L’autonomia non è assenza di struttura. Significa sentire di avere una parte attiva nelle proprie scelte e comprendere le ragioni di quello che si sta facendo.

Un trainer può tranquillamente dire a un cliente che un determinato esercizio, carico o volume non è una buona scelta. La differenza sta nel modo in cui lo fa. “Non farlo perché te lo dico io” è diverso da “ti spiego perché in questa fase preferisco quest’altra soluzione e poi decidiamo come inserirla nel programma”.

Nel secondo caso il trainer rimane il professionista. Non ha abdicato alla propria competenza. Ha semplicemente utilizzato quella competenza per far capire, invece di limitarsi a comandare.

Le ricerche sugli interventi basati sulla SDT mostrano che ambienti capaci di sostenere autonomia, competenza e relazione possono migliorare i processi motivazionali; una meta-analisi su 74 studi ha osservato effetti positivi proprio sul supporto all’autonomia, sulla soddisfazione dei bisogni psicologici e sulla motivazione. [5]

La competenza: la sensazione di “so farlo”

Questo è forse il punto che in palestra vedo più concretamente. Il primo giorno una persona entra e non sa come regolare una macchina, non sa cosa sia una serie allenante, non sa quanto recuperare, non distingue un peso impegnativo da un peso stupido e non sa se quella sensazione sulla coscia durante uno squat sia normale fatica muscolare o il ginocchio che sta tentando di inviare un reclamo formale.

È normale. Il personal trainer serve anche a ridurre questa enorme quantità di incertezza. Ma se dopo mesi tutte queste informazioni rimangono esclusivamente nella testa del trainer, abbiamo perso una grande opportunità.

La competenza percepita è uno degli elementi più solidamente associati alla motivazione e alla partecipazione all’attività fisica nella letteratura sulla SDT. [2, 3, 4]

Sentirsi competenti non significa diventare personal trainer. Significa poter pensare: “Questo esercizio lo conosco. So come scegliere un carico ragionevole. So quando devo fermarmi. Se una macchina è occupata, conosco un’alternativa. Se oggi sono più stanco, so adattare il lavoro senza trasformare tutto in un dramma.”

Ogni volta che una persona acquisisce una di queste competenze, la palestra diventa un ambiente un po’ meno ostile. E quando qualcosa diventa meno complicato, aumenta la probabilità che continuiamo a farlo.

Correggere senza far sentire incapaci

Esiste però un paradosso interessante. Il trainer deve correggere. Fa parte del lavoro. Ma si può correggere qualcuno in modo tale da aumentare la sua competenza oppure da ricordargli continuamente che senza di noi non sa fare nulla.

“È tutto sbagliato.” “Lascia stare, faccio io.” “No, così non va mai bene.” possono magari sistemare l’esecuzione in quel momento, ma non necessariamente costruiscono sicurezza.

Molto diverso è spiegare cosa cercare, dare un feedback concreto e permettere progressivamente alla persona di riconoscere da sola la differenza. “Prova a mantenere il ginocchio in questa direzione. Rifallo e dimmi se senti una differenza.” Qui non stai soltanto correggendo. Stai insegnando alla persona a osservarsi.

Una grande meta-analisi del 2024, basata su 881 campioni indipendenti e oltre 440.000 partecipanti in diversi contesti, ha trovato che il supporto interpersonale ad autonomia, competenza e relazione è fortemente associato alla soddisfazione di questi bisogni e positivamente collegato a motivazione, benessere e, in misura più contenuta, performance. [6]

Il modo in cui guidiamo una persona, quindi, non è soltanto una questione di educazione. Fa parte dell’intervento.

Il cliente che chiede sempre: “Quanto metto?”

“Allora oggi quanto metto?” Domanda normalissima. La prima volta. Anche la decima. Forse un po’ meno normale dopo tre anni sullo stesso esercizio.

Naturalmente il trainer può e deve dare indicazioni sui carichi. Ma può anche insegnare al cliente come arrivare a quella decisione.

Quanto hai fatto la scorsa volta? Quante ripetizioni? Con quante ripetizioni in riserva? La tecnica com’era? Oggi come ti senti?

A quel punto la risposta al famoso “quanto metto?” inizia progressivamente ad arrivare dal cliente stesso. Ed è un piccolo dettaglio che, secondo me, racconta molto bene la differenza tra allenare una persona e insegnarle ad allenarsi.

Il primo approccio produce una seduta ben fatta. Il secondo prova a produrre, nel tempo, una persona più capace. Servono entrambi.

La relazione conta, ma non dovrebbe diventare dipendenza

Il terzo bisogno della Self-Determination Theory è la relatedness, che possiamo tradurre in modo imperfetto come relazione, connessione o senso di appartenenza.

Sentirsi accolti, ascoltati e compresi conta. Chi lavora come personal trainer lo vede continuamente. Una persona non porta in palestra soltanto femori, deltoidi e VO₂max. Porta lavoro, ansie, giornate storte, insicurezze, soddisfazioni e spesso un rapporto complicato con il proprio corpo.

Un rapporto professionale positivo può creare un contesto nel quale allenarsi diventa più piacevole e sostenibile. Ma anche qui esiste un limite: relazione non significa dipendenza.

Il cliente dovrebbe poter pensare “mi piace allenarmi con Andrea e con lui lavoro meglio”, non necessariamente “senza Andrea non posso allenarmi”. Sono due frasi molto diverse.

Nel primo caso il coach aggiunge valore. Nel secondo è diventato una stampella necessaria. E una buona stampella è utilissima quando serve. Il problema è se, dopo anni, nessuno ha mai provato a vedere se quella gamba ormai riesce a camminare.

La motivazione esterna non è necessariamente cattiva

Un’altra precisazione importante: non dobbiamo demonizzare tutto ciò che viene dall’esterno.

Pagare un personal trainer crea un appuntamento. L’appuntamento aumenta la responsabilità. Sapere che qualcuno ti aspetta può essere esattamente ciò che ti serve per iniziare. Anche complimenti, obiettivi, sfide e monitoraggio possono avere un ruolo.

Il punto della Self-Determination Theory non è che qualsiasi motivazione esterna sia tossica. È capire quanto il comportamento venga progressivamente interiorizzato. [1, 3]

Posso iniziare perché ho bisogno di qualcuno che mi trascini in palestra. Ma se dopo un anno comincio a pensare “mi alleno perché sto meglio, perché mi piace essere più forte e perché questa cosa è diventata importante per me”, la qualità della motivazione è cambiata.

Il trainer può facilitare questa transizione. Oppure può mantenere la persona permanentemente nel ruolo di esecutore.

Il personal trainer come insegnante

Personalmente trovo utile pensare al personal trainer anche come a un insegnante.

Se prendo lezioni di inglese, mi aspetto che dopo un anno il mio inglese sia migliore. Se prendo lezioni di pianoforte, mi aspetto progressivamente di saper suonare qualcosa senza che il maestro debba muovermi le dita. Perché con l’allenamento dovrebbe essere diverso?

Un percorso di personal training dovrebbe lasciare qualcosa che rimane anche fuori dall’ora pagata: conoscere meglio il proprio corpo, comprendere alcuni principi dell’allenamento, saper distinguere sforzo e dolore, avere qualche strumento per organizzare la settimana, imparare a gestire i carichi, sapere che saltare una seduta non significa aver perso tutto, capire che una scheda non è una tavola sacra e che gli esercizi sono strumenti, non comandamenti.

Questo patrimonio di competenze è, secondo me, uno dei risultati più importanti del coaching.

Più sei bravo, meno devo parlarti durante una serie

All’inizio posso dover correggere dieci cose. Poi cinque. Poi una. Alla fine magari guardo la serie e non dico niente.

Non perché abbia smesso di lavorare. Perché il cliente sta facendo correttamente qualcosa che prima non sapeva fare.

Quello è un successo. A volte nel personal training abbiamo quasi paura dei segnali di autonomia, perché sembrano diminuire il nostro valore. In realtà dovrebbero dimostrarlo.

Se insegno bene a una persona a eseguire uno squat, il fatto che un giorno riesca a farlo senza le mie indicazioni non dimostra che non servo. Dimostra che sono servito.

Un esperimento interessante con l’allenamento

Uno studio su donne tra 30 e 58 anni ha confrontato un programma di esercizio condotto con uno stile maggiormente orientato al supporto dell’autonomia con uno stile meno supportivo. Dopo otto settimane, il gruppo con maggiore supporto all’autonomia riportava livelli superiori di motivazione intrinseca e identificata, maggiore soddisfazione dei bisogni di autonomia e competenza e una frequenza più elevata alle sedute. Nelle cinque settimane successive partecipava inoltre maggiormente ad attività fisica non strutturata. [7]

È uno studio relativamente piccolo e non dimostra da solo come debba lavorare ogni trainer del pianeta. Ma il principio è interessante: il modo in cui insegniamo può influenzare ciò che la persona farà anche quando non siamo presenti.

Ed è esattamente il risultato che vorrei.

Cosa significa concretamente sostenere l’autonomia?

Non servono grandi discorsi motivazionali. A volte bastano comportamenti molto semplici.

Spiegare il perché delle scelte invece di presentarle come ordini. Offrire alternative sensate quando più strade possono funzionare. Ascoltare preferenze e difficoltà reali. Evitare di utilizzare continuamente colpa e paura come strumenti motivazionali. Dare feedback informativi: non soltanto “bravo”, ma “questa serie era migliore perché hai mantenuto più controllo”. Coinvolgere progressivamente il cliente nella regolazione dei carichi e nella lettura delle proprie sensazioni.

Una meta-analisi sugli interventi sanitari basati sulla SDT suggerisce che non esista una singola tecnica magica: gli effetti migliori sembrano derivare dalla costruzione complessiva di un ambiente che sostenga i bisogni psicologici. [5]

In altre parole, non basta chiedere una volta “che esercizio preferisci?” e dichiararsi coach autonomy-supportive. È uno stile di relazione.

Autonomia senza competenza è abbandono

Anche qui attenzione all’estremo opposto. “Devi diventare autonomo, arrangiati.” Non è coaching. È risparmio energetico del trainer.

Una persona diventa autonoma dopo aver acquisito strumenti, non perché smettiamo improvvisamente di aiutarla.

All’inizio può aver bisogno di molta struttura. Il trainer sceglie gran parte degli esercizi, organizza la progressione e controlla attentamente la tecnica. Poi alcune responsabilità possono essere trasferite: prima impari a regolare il carico su un esercizio semplice, poi a riconoscere il tuo RIR, poi a gestire un allenamento già conosciuto, poi magari a svolgere da solo una delle sedute settimanali.

È un processo. L’autonomia efficace si costruisce sopra la competenza. Non al posto della competenza.

“Ma così poi il cliente se ne va”

Può succedere. Una persona può arrivare a un punto in cui decide di potersi allenare da sola.

Personalmente non lo considero necessariamente un fallimento. Se qualcuno è arrivato senza sapere cosa fare, ha imparato ad allenarsi, ha raggiunto i suoi obiettivi ed è ora abbastanza sicuro da continuare autonomamente, c’è una discreta possibilità che il lavoro abbia funzionato.

E poi esiste un altro scenario, secondo me molto interessante: il cliente diventa autonomo e continua comunque ad allenarsi con un personal trainer.

Perché vuole una programmazione migliore. Perché ha obiettivi più avanzati. Perché vuole feedback tecnico. Perché apprezza l’appuntamento. Perché preferisce non occuparsi personalmente di tutta la programmazione. Perché semplicemente si diverte di più.

Questa, però, è una relazione completamente diversa. Non è “ho bisogno di te perché senza non so fare”. È: “Potrei farlo da solo, ma scelgo di farlo con te perché ottengo qualcosa in più.”

Per me questo aumenta il valore del professionista, non lo diminuisce.

Un coach che crea dipendenza può sembrare indispensabile

Ed è forse qui che bisogna stare un po’ attenti.

Se mantengo tutte le informazioni nella mia testa, cambio continuamente esercizi senza spiegare perché, non insegno a leggere un programma e faccio percepire ogni allenamento autonomo come pericoloso o inefficace, divento indispensabile molto rapidamente.

Ma c’è una grande differenza tra essere indispensabili perché siamo molto bravi ed essere indispensabili perché abbiamo evitato accuratamente che l’altra persona imparasse qualcosa.

Nel breve termine i due modelli possono sembrare identici. Nel lungo periodo no. Il primo costruisce fiducia. Il secondo costruisce dipendenza.

La Self-Determination Theory applicata alla palestra

Possiamo quindi riassumere il lavoro del coach attraverso i tre bisogni fondamentali.

Autonomia: il cliente comprende, partecipa e sente progressivamente il percorso come proprio.

Competenza: il cliente vede di migliorare e acquisisce strumenti che gli permettono di affrontare situazioni che prima non sapeva gestire.

Relazione: il cliente si sente ascoltato, sostenuto e rispettato all’interno di un rapporto professionale positivo.

La ricerca più recente continua a sostenere la rilevanza di questi processi nell’attività fisica. Una revisione del 2025 conclude che gli interventi informati dalla SDT possono produrre effetti piccoli o moderati sul comportamento e che i cambiamenti sono spesso collegati soprattutto all’aumento della motivazione autonoma, al supporto dei bisogni psicologici e alla percezione di competenza. [3]

Una revisione di revisioni pubblicata nello stesso periodo evidenzia in particolare competenza, motivazione intrinseca e regolazione identificata tra i determinanti più consistenti dell’attività fisica. [4]

Non significa che abbiamo trovato una formula matematica per far amare la palestra a chiunque. Significa che abbiamo buoni motivi per non trattare le persone come semplici esecutori di una scheda.

Come dovrebbe cambiare un percorso nel tempo

All’inizio il trainer può occupare molto spazio. Il cliente deve imparare esercizi, carichi, respirazione, organizzazione della seduta e magari anche come non montare una lat machine al contrario.

Poi qualcosa dovrebbe cambiare. Il cliente comincia a conoscere gli esercizi, comprende il programma, sa prepararsi, sa scegliere un carico, riconosce una serie fatta bene e sa cosa fare se una macchina è occupata.

Il trainer non sparisce. Cambia funzione.

Da istruttore diventa sempre più consulente. Da “fai questo” passa a “vediamo come stai rispondendo e cosa conviene modificare”. Da supervisore di ogni ripetizione diventa qualcuno capace di osservare il quadro generale.

Ed è una progressione esattamente come quella dei pesi.

Conclusione

Il miglior personal trainer non è quello che riesce a rendersi indispensabile per sempre.

È quello che riesce a trasferire abbastanza conoscenze, sicurezza e competenza da far sì che il cliente abbia progressivamente meno bisogno di essere guidato in ogni singola scelta.

Questo non significa eliminare il coach. Significa cambiare il motivo per cui lo scegli.

All’inizio puoi aver bisogno di qualcuno che ti dica cosa fare. Poi di qualcuno che ti insegni perché lo stai facendo. Infine, magari, di qualcuno con cui confrontarti per farlo ancora meglio.

Un buon coach non dovrebbe costruire dipendenza. Dovrebbe costruire autonomia.

E forse il risultato più bello di un percorso non è sentire un cliente dire “da solo non saprei cosa fare”, ma: “Adesso saprei allenarmi anche da solo. Però con te lo faccio meglio.”

Riferimenti scientifici principali

[1] Ryan RM, Deci EL. Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being. American Psychologist. 2000;55(1):68-78. DOI.

[2] Teixeira PJ, Carraça EV, Markland D, Silva MN, Ryan RM. Exercise, physical activity, and self-determination theory: a systematic review. International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity. 2012;9:78. DOI.

[3] Ntoumanis N, Moller AC. Self-determination theory informed research for promoting physical activity: Contributions, debates, and future directions. Psychology of Sport and Exercise. 2025;80:102879. DOI.

[4] Xu Z, Shamsulariffin S, Azhar Y, Xi M. Does Self-Determination Theory Associate With Physical Activity? A Systematic Review of Systematic Review. International Journal of Psychology. 2025;60(3):e70044. DOI.

[5] Gillison FB, Rouse P, Standage M, Sebire SJ, Ryan RM. A meta-analysis of techniques to promote motivation for health behaviour change from a self-determination theory perspective. Health Psychology Review. 2019;13(1):110-130. DOI.

[6] Slemp GR, Field JG, Ryan RM, Forner VW, Van den Broeck A, Lewis KJ. Interpersonal supports for basic psychological needs and their relations with motivation, well-being, and performance: A meta-analysis. Journal of Personality and Social Psychology. 2024;127(5):1012-1037. DOI.

[7] Moustaka FC, Vlachopoulos SP, Kabitsis C, Theodorakis Y. Effects of an autonomy-supportive exercise instructing style on exercise motivation, psychological well-being, and exercise attendance in middle-age women. Journal of Physical Activity and Health. 2012;9(1):138-150. DOI.

[8] Duda JL et al. Effects of a standard provision versus an autonomy supportive exercise referral programme on physical activity, quality of life and well-being indicators: a cluster randomised controlled trial. International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity. 2014;11:10. DOI.

Questo articolo ha finalità divulgative. La Self-Determination Theory descrive processi motivazionali generali: le ragioni per cui una singola persona aderisce o meno all’attività fisica possono dipendere anche da salute, contesto sociale, disponibilità economica, ambiente, esperienze precedenti e numerosi altri fattori.

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